sabato 22 ottobre 2016

Rodi cade

Fra ruderi e calcinacci, rovine e silenzi.
Rodi cade.
Un veglio solo, degno di reverenza in vista, passeggia sgomento. Niente più logica. Solo declino.
Anche Rodi cade.
Illustrissima eccellentissima contessa, si vergogni.
Mentre continua ad ingrassare la greppia delle regali putrescenze, nel suo parlare impostato, fiera nell'esibire il biondo cenere della sua chioma, nel suo ancheggiare patrizio, Ippocrate fugge urlando dalle corsie degli ospedali, inorridito.
Ma i suoi capolavori non sono da meno, illustrissima eccellentissima contessa: il suo DDL per ottimizzare il collasso della Scuola Pubblica si commenta da solo.
E mentre a Palermo gli Dei dell'Olimpo si riuniscono per celebrare il nuovo anno accademico e complimentarsi della reciproca inutilità, una manifestazione pacifica viene dispersa a manganellate.
Perché non prende parola, perché non interviene?
Ancilla domini.
Quali albe e tramonti, in questo 2016?
Illustrissima eccellentissima contessa, stia attenta: se Atene è distrutta e Sparta piange, se Creta trema e Rodi cade, prima o poi il terremoto arriverà anche a Roma e forse anche lei, colta e ipocrita, dovrà fuggire, dimenticando il suo breviario di didascalie mai sfuocate e cancellando per sempre il suo servile sorriso dal suo volto.

venerdì 21 ottobre 2016

Creta trema

Minosse ascolta due uomini litigare, di fronte ad un ragazzetto.
Il primo sbraita e insulta l'altro, quindi lo accusa di averlo derubato: - Questo vi sembra giusto? - domanda.
- Hai ragione - risponde benevolo Minosse.
S'indigna il secondo, urla e offende il primo fino a dichiarare che questi lo stia calunniando: - Non è giusto - mormora infine.
- Hai ragione - replica Minosse, vivamente colpito.
S'alza allora il ragazzetto e all'impensata interviene: - Ma Minosse, com'è possibile che abbiano tutti e due ragione?
Minosse lo guarda, si accarezza il mento, raggrotta la fronte e infine dice: - Hai ragione pure tu - si allontana cereo, dopo un occhiolino al fanciullo.
Il Minotauro è stato sgozzato, Arianna è impazzita e ha imprigionato Teseo legandolo col suo filo.
Creta trema, in ogni anfratto; trema Creta, per dispetto.
E regna la follia, il caso e l'arbitrio nelle stanze del potere.
Creta trema, il popolo è affamato.
Vieni, contessa, vieni anche quaggiù in spedizione dall'Olimpo a parlarci della Grecia e del sapere umanistico.
E non vergognarti quando continuerai a blaterare di giornate della fertilità: la talassocrazia è finita, la terra è infeconda, gli uomini muoiono di fame! 
Parla, sì, parla: farai tremare ancora di più Creta.
Come faranno le donne a fare figli se non potranno allattarli?
Come faremo a lavorare se ci affamate con le tasse e le ruberie? Se ci investite di sorrisi e proclami torneremo a splendere come un tempo?
Devastiamo ancora quel poco che è rimasto: Atene è distrutta, Sparta piange. E poi? Quali albe, quali tramonti in questo 2016?
Vieni, contessa, continua a parlare che mentre lo fai Creta continua a tremare e le sue rovine presto ti seppelliranno!

giovedì 20 ottobre 2016

Sparta piange

Sparta piange, da quando sei tornata.
Tutti noi abbiamo combattuto per la sua grandezza, quasi ognuno ha riportato ferite. Siamo a casa.
Ma ora Sparta piange.
Non perché molti siano rimasti sul campo di battaglia, né perché la vittoria non ha, in fondo, accresciuto la nostra grandezza.
No, Sparta piange per i tuoi lamenti quasi virginali.
Te, eroica, accolse il furore della pugna. E in nome di questo hai lasciato che, empi, i graffi sussurrassero alla tua epidermide euforiche geometrie, tinte di rubino.
E Sparta piange ancora e t'implora di disinteressarti di lei, di non rintronarla ancora con le tue urla, di non esibire le tue carni offese!
Oh, monaca mancata, donna perduta! Nei tuoi occhi livorosi vedo la ragazza che non c'è più.
Cessa, se puoi, quel continuo pettegolezzo; sorridi, se vuoi, anche a chi non si è autodistrutto in nome di una causa.
Vivi e lasciaci vivere.
Se puoi.
Se vuoi.
Perché Sparta piange e noi, insieme a lei, non ne possiamo più di sentirti gracchiare come una cornacchia e sibilare come una serpe.
Anche perché so che poi, quando le luci si spengono, e rimani sola, nel buio della tua celletta, piangi anche tu, a dirotto, ore ed ore, in un'eterna e immedicabile solitudine...


Atene è distrutta

Illustrissima eccellentissima contessa, lei che viene dalla Grecia e ha in mano il breviario di mai sfuocate didascalie; lei che coltiva astratti saperi e lungimiranti per poi effonderli e darli in germoglio a terre sterili, ma cedevoli alla sua grazia; lei che suona inesistenti armonie per convitati estinti o spesso intenti in chissà quali fantasmagorie; lei intesa alla cultura a alla pluralità, tanto quanto non alle percosse e alla vergogna; lei gravitante e deretaneggiante nei pressi di quella putrescenza regale abile all'inchino ad ogni vento, così come conviene; lei tanto indomita da porgere le sue froge all'olezzo esalante da lingue affaticate, esposte al sole, a lisciare lì dove Febo non osa arrivare; lei pronta a pascersi della sua presunta grandezza, fra schiere di scoppiate cicale che cantano, cantano e cantano; lei che probabilmente non ha mai letto le Revolverate di Gian Pietro Lucini e per questo può vantar un credito maggiore nei confronti del ciangottante universo in cui si immerge, per lavarsi, scrutare albe, tramonti, chissà che altro; lei viene qui, ora, nel 2016, a parlarci di Atene!
Ma Atene è distrutta!
Atene è divorata dalle fiamme! 
Atene è in pasto alla peste!
Lei viene qui col suo sorriso da umanista, ma Atene è distrutta, lei viene qui, colta e ipocrita, ma Atene brucia, lei viene qui per indicare orizzonti, ma Atene marcisce.
Illustrissima eccellentissima contessa, lei che fa parte della Gente-per-bene (sempre Lucini, sempre lui: non lo legga! non lo legga!), qui non ha nulla da fare, nè beni da elargire.
Torni ad Atene, fra le rovine, il fuoco e la peste.
Solo quando sarà distrutta anche lei, abbrustolita, ben rosolata, assalita da pustole marcescenti, solo allora potrà raccontarci davvero di Atene.
Solo quando avrà vissuto sulla sua pelle la sua morte.