Sparta piange, da quando sei tornata.
Tutti noi abbiamo combattuto per la sua grandezza, quasi ognuno ha riportato ferite. Siamo a casa.
Ma ora Sparta piange.
Non perché molti siano rimasti sul campo di battaglia, né perché la vittoria non ha, in fondo, accresciuto la nostra grandezza.
No, Sparta piange per i tuoi lamenti quasi virginali.
Te, eroica, accolse il furore della pugna. E in nome di questo hai lasciato che, empi, i graffi sussurrassero alla tua epidermide euforiche geometrie, tinte di rubino.
E Sparta piange ancora e t'implora di disinteressarti di lei, di non rintronarla ancora con le tue urla, di non esibire le tue carni offese!
Oh, monaca mancata, donna perduta! Nei tuoi occhi livorosi vedo la ragazza che non c'è più.
Cessa, se puoi, quel continuo pettegolezzo; sorridi, se vuoi, anche a chi non si è autodistrutto in nome di una causa.
Vivi e lasciaci vivere.
Se puoi.
Se vuoi.
Perché Sparta piange e noi, insieme a lei, non ne possiamo più di sentirti gracchiare come una cornacchia e sibilare come una serpe.
Anche perché so che poi, quando le luci si spengono, e rimani sola, nel buio della tua celletta, piangi anche tu, a dirotto, ore ed ore, in un'eterna e immedicabile solitudine...

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